Verità vere fino al contrario dimostrato

Kintsugi: vogliamo l'oro senza la rottura

Cinquecento anni fa un giapponese ha guardato una tazza rotta e ha pensato: ci metto l'oro. Oggi guardiamo le nostre crepe e pensiamo: ci metto un reel motivazionale.

Adil Abid · · 4 min di lettura
Kintsugi: vogliamo l'oro senza la rottura

Cinquecento anni fa un giapponese ha guardato una tazza rotta e ha pensato: «Ci metto l'oro.» Oggi guardiamo le nostre crepe e pensiamo: «Ci metto un reel motivazionale.»

Cos'è il kintsugi

Il kintsugi è un'arte giapponese del XV secolo. Prendi una ceramica rotta, la ripari con lacca mescolata a polvere d'oro, e le crepe diventano la parte più preziosa dell'oggetto. La rottura non viene nascosta. Viene illuminata. Esibita. Trasformata in valore.

Filosofia bellissima. Esecuzione impeccabile. Potenziale per post su Instagram: infinito.

Ed eccoci qui, cinquecento anni dopo, a usare il kintsugi come metafora per dire «le mie rotture mi rendono speciale» mentre facciamo di tutto per assicurarci che nessuno le veda davvero.

Tre cose che troviamo intollerabili

Il paradosso è squisito.

Abbiamo adottato la filosofia del kintsugi e l'abbiamo svuotata di tutto ciò che la rende vera. Perché il kintsugi richiede tre cose che l'Occidente di oggi trova intollerabili: tempo, accettazione e oro vero.

Tempo. La riparazione tradizionale richiede settimane. Strati di lacca che devono asciugare. Pazienza artigianale. Noi vogliamo la guarigione in un fine settimana intensivo, quaderno degli esercizi incluso.

Accettazione. Il kintsugi parte dal presupposto che l'oggetto rotto sia degno di essere riparato. Noi partiamo dal presupposto che le nostre rotture siano difetti da correggere, da «superare» il prima possibile per tornare produttivi.

Oro vero. La riparazione costa. È preziosa. Richiede un investimento materiale e simbolico. Noi vogliamo la trasformazione gratis, possibilmente in formato podcast durante il tragitto casa-lavoro.

Il kintsugi di Instagram

La cosa deliziosa è che abbiamo costruito un'intera industria attorno all'idea di «abbracciare le proprie imperfezioni»: corsi, libri, ritiri, tatuaggi simbolici. E intanto ne alimentiamo un'altra, molto più grande, dedicata a eliminare qualsiasi traccia di imperfezione visibile.

Filtri. Ritocchi. Racconti curati. Fallimenti raccontati solo dopo il successo, quando sono diventati «lezioni apprese» e non più ferite aperte.

Il kintsugi di Instagram è una cicatrice già guarita, fotografata con la luce giusta, accompagnata da una frase sulla resilienza scritta mentre tutto va benissimo.

Il kintsugi vero è tenere insieme i pezzi con le mani che tremano, senza sapere se la colla terrà, senza nessuna garanzia che dall'altra parte ci sia l'oro.

Ammettere che sei rotto

C'è qualcosa di profondamente onesto nel gesto di prendere una cosa rotta e decidere che vale la pena ripararla. Che la sua storia, rottura compresa, è parte del suo valore. Che nascondere le crepe sarebbe una bugia, e che le bugie rendono gli oggetti e le persone meno interessanti, non più presentabili.

Ma questa onestà richiede un prerequisito scomodo: ammettere che sei rotto. Davvero rotto. Visibilmente, pubblicamente, irrimediabilmente incrinato.

E qui casca l'asino.

Perché noi vogliamo la poesia del kintsugi senza la prosa della rottura. Vogliamo le venature d'oro senza il momento in cui la tazza è esplosa sul pavimento e tu sei rimasto lì, a guardare i pezzi, chiedendoti se valesse la pena raccoglierli.

Vogliamo saltare direttamente a «le mie cicatrici mi rendono unico» senza passare per «sono a pezzi e non so se ne uscirò».

Un atto di resa

Il kintsugi funziona perché parte da un atto di resa.

L'oggetto è rotto. Questo è un fatto. Non c'è modo di tornare indietro, di far finta che non sia successo, di ripristinare lo stato precedente. L'unica scelta è: buttare via, o trasformare.

La trasformazione richiede di guardare la rottura. Tracciarla. Seguirne ogni linea. Conoscerla intimamente prima di riempirla d'oro.

Noi invece guardiamo le nostre rotture di sfuggita, nel buio, possibilmente attraverso lo schermo di un telefono alle tre di notte. Poi ci chiediamo perché l'oro non attecchisce.

Cercare l'oro

Forse il problema non è che siamo rotti. Forse il problema è che trattiamo la rottura come un'emergenza da risolvere invece che come una condizione da abitare.

I giapponesi del XV secolo guardavano una tazza in frantumi e vedevano l'occasione per creare qualcosa di più prezioso dell'originale.

Noi guardiamo i nostri frantumi e vediamo un problema di produttività. Un ostacolo al funzionamento ottimale.

Il kintsugi non dice «le rotture ti rendono speciale». Dice una cosa molto più radicale: le rotture ti rendono reale. E il reale, se hai il coraggio di guardarlo, a volte brilla più dell'intatto.

Ma per vederlo devi prima smettere di cercare la colla che rende invisibili le crepe.

E iniziare a cercare l'oro.

Ti ha fatto pensare a qualcosa della tua azienda?

Scrivimi due righe: se c'è un lavoro che si può togliere di mezzo, te lo dico.

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