Preferisco rompere bicchieri. Se volevo fare l'inventario lavoravo in un magazzino.
Due scuole di pensiero
Esistono due scuole di pensiero sulla crescita.
Una dice: vai piano, misura, pondera, calcola, fai riunioni, chiedi pareri, spalma il rischio, condividi le decisioni, prepara il piano B e anche il C, dormi sereno.
L'altra dice: corri, spacca quello che c'è da spaccare, impara dalla botta, rialzati, ripeti.
Ho scelto la seconda. E non perché sia più intelligente o più coraggiosa. Semplicemente perché l'alternativa mi annoiava a morte.
La poltiglia
Condividere le decisioni significa rallentarle. Significa aspettare che tutti siano d'accordo. Significa mediare tra visioni diverse fino a che non resta una poltiglia che non fa felice nessuno ma almeno non scontenta nessuno.
Io non voglio la poltiglia. Voglio la cosa giusta o la cosa sbagliata, ma almeno una cosa intera. Una roba con una forma. Mia.
Se funziona, merito mio. Se esplode, colpa mia. In entrambi i casi, almeno so con chi prendermela.
E il rischio?
Ecco, il rischio. La parola magica. Quella che dovrebbe farmi tremare, farmi riconsiderare, farmi tornare sui miei passi.
Ma il rischio di cosa, esattamente?
Di fallire? E quindi? Il fallimento è un'informazione, non una sentenza.
Di perdere soldi? I soldi vanno e vengono. La paralisi resta.
Di morire? Ah, quella. Quella succede comunque. A tutti. In qualsiasi scenario. Che tu abbia rotto bicchieri o che tu li abbia lucidati per sessant'anni, il finale è lo stesso: due metri sotto terra, e nessuno che controlla se il tuo piano d'impresa era sostenibile.
Tutti i bicchieri intatti
C'è gente che passa la vita a gestire il rischio. A minimizzarlo. A costruire gabbie dorate di sicurezze che dovrebbero proteggerla da non si sa bene cosa.
E poi? Poi arrivano a settant'anni e si accorgono che hanno protetto benissimo una vita che non hanno mai vissuto.
Tutti i bicchieri intatti. Tutti i piani rispettati. Tutti i rischi evitati.
E un vuoto dentro che nessuna polizza assicurativa può coprire.
Non è il modo giusto. È il mio.
Non sto dicendo che il mio modo sia quello giusto. Non esiste quello giusto.
Sto dicendo che è il mio. Che ci sto bene. Che preferisco le cicatrici delle botte prese ai rimpianti delle botte schivate.
Preferisco guardarmi indietro e vedere macerie e vittorie piuttosto che un sentiero perfettamente asfaltato che non portava da nessuna parte.
Preferisco il casino al controllo.
Preferisco decidere da solo e sbagliare da solo piuttosto che decidere in comitato e avere ragione per motivi che non capisco.
La strada
La vita è un viaggio. Fine nota, fine citazione da cioccolatino.
Ma se è un viaggio, allora voglio guidare io. Con il finestrino aperto, la musica alta, e qualche bicchiere che si rompe sul sedile posteriore quando prendo le curve troppo forte.
Il secchio per raccogliere i cocci? Qualcun altro lo porterà.
Io nel frattempo mi godo la strada.
E se finisce contro un muro, almeno sarà stata una bella corsa.



